Esilio dalla siria di Shady Hamadi - Edoardo Rossetti

Shady è la perfetta sintesi dell’integrazione, di quello che un tempo si chiamava orgogliosamente mischio (in inglese melting pot) culturale. Figlio di padre musulmano, siriano, esule politico e madre lombarda e cristiana, ha vissuto per i primi sedici anni della sua vita osservando i propri genitori onorare l’uno la religione dell’altro, osservarne i principi e celebrarne indifferentemente tutte le festività. Sua nonna materna lo ha avvicinato al cristianesimo e ai suoi riti, ma soprattutto lo ha familiarizzato con il concetto di Misericordia che, a suo dire, manca nell’Islam attuale, perché la guerra e la durezza della vita quotidiana rendono impossibile a molti islamici praticarla. Quando a diciotto anni si sente spinto a scegliere una religione, opta per quella islamica perché una voce interiore gli dice che L’Islam avrà bisogno di lui. Il suo primo viaggio in Siria, a dodici anni, è un fallimento: una famiglia sconosciuta, un mondo estraneo, una lingua incomprensibile. Man mano che capisce il suo orientamento religioso, però, si rinsaldano anche i rapporti con quella che anche lui comincia a sentire come il suo Paese, la conoscenza con sua nonna paterna, i legami con gli zii e i cugini lo portano a trasferirsi in Libano per lavoro e ad osservare da vicino la crescente brutalità del regime siriano, che ha già torturato suo padre e che poco dopo lo scoppio della guerra civile inghiotte nelle sue prigioni che non restituiscono nemmeno i cadaveri l’amato cugino Mustafa e tanti amici, conoscenti, persino bambini innocenti come Hamza, il tredicenne il cui corpo reca segni di torture inconcepibili…
È un veemente grido di dolore quello che Shady Hamadi affida alle pagine di Esilio dalla Siria. Ogni riga è un dito puntato, un j’accuse inesorabile. Non fa sconti a nessuno, Hamadi, né al regime di Assad né tantomeno alla comunità internazionale, al mondo occidentale, ai russi e agli arabi. La sua analisi è lucidissima mentre sciorina le cause che hanno portato alla trasformazione di moti popolari in una guerra civile, prima tra tutte la confessionalizzazione del conflitto operata dalle manipolazioni del regime, poi l’incapacità dei rivoltosi di trasformarsi in un fronte unito, dovuta a secoli di divisioni religiose utilizzate dal governo a scopi politici che hanno reso gli Alawiti diffidenti verso i Sunniti e viceversa. Il linguaggio è secco, scarno, il dramma si dipana davanti ai nostri occhi senza aggettivi e apparentemente senza speranza; tredici milioni di persone sono fuori dalla Siria, un numero per ora incalcolabile è morto. Saranno mai capaci i fuoriusciti di tornare, ricostruire, potranno mai essere di nuovo felici nei luoghi del martirio dei propri cari? La cosa che mi ha più colpito in questo libro è la violenza a cui l’uomo, a volte, può arrivare in uno specifico conflitto o situazione, ricollegandomi anche al tema del “signore delle mosche”

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